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Sul fiume Congo, dentro il cuore Africa


Viaggio da Kisangani all’Oceano Atlantico: lungo l’immensa arteria fluviale che attraversa il secondo polmone di foresta vergine al mondo,  incontrando villaggi, città, differenti etnie, lingue e culture ,…, giù fino al mare. 

Tutto iniziò, purtroppo, quando, Leopoldo II del Belgio, salì al trono nel 1865; egli ossessionato dall’idea di possedere una colonia concentrò la sua attenzione sul Congo, che sulle carte dell’epoca appariva ancora come “Unexplored Area”, raccogliendo metodicamente tutte le informazione fornite da esploratori e missionari. Nel settembre 1876 Leopoldo convocò a Bruxelles una Conferenza Geografica, il cui scopo ufficiale era quello dell’esplorazione e civilizzazione dell’Africa centrale: “Aprire alla civiltà l’unica parte del nostro globo in cui essa non è ancora penetrata, per squarciare le tenebre che avvolgono interi popoli, è una crociata degna di questo secolo di progresso”, proclamò il re nel discorso di apertura. Quale fosse la motivazione reale che spingeva Leopoldo a questa impresa emerge chiaramente da una lettera riservata del novembre 1877, scriveva: “Dobbiamo ottenere una fetta di questa magnifica torta africana”. Re Leopoldo che in Europa aveva acquistato fama di filantropo, inviò due anni dopo in Congo, una sua spedizione guidata dal giornalista ed esploratore anglo-americano Henry Morton Stanley. Costui, divenuto famoso per il celebre incontro alcuni anni prima col Dott. Livingstone sul Lago Tanganica, era l’uomo giusto per gli scopi che Leopoldo perseguiva nel continente africano. Spietato con i portatori africani, che faceva frustare per costringerli a marce forzate con pesanti carichi, nei suoi viaggi di esplorazione si lasciava alle spalle una scia di sangue.
Il primo passo di Stanley fu quello di costruire, con il lavoro degli africani, una strada (poco più di un sentiero) che, partendo da una base nei pressi della foce del Congo, risaliva il fiume aggirando le rapide. Attraverso questa strada, la cui realizzazione richiese circa due anni, i portatori africani trasportarono decine di tonnellate di attrezzature, che servirono a costruire una stazione commerciale fortificata a monte delle rapide, cui fu dato il nome di Leopoldville, attuale Kinshasa. Vennero trasportati anche due piccoli battelli a vapore smontati che, riassemblati, servirono a Stanley e ai suoi aiutanti belgi per risalire il fiume Congo, per ben 1560 km, fino allla stazione di Stanleyville, attuale Kisangani, nel cuore del continente nero. Successivamente alla strada, Leopoldo II, diede ordine di costruire una ferrovia a scartamento ridotto che, dal porto di Matadi (alla foce del Congo) doveva raggiungere lo Stanley Pool (un lago formato dal fiume a monte delle rapide) da dove partivano i battelli a vapore per risalire il fiume. A causa degli enormi ostacoli naturali, che resero necessaria la costruzione di un centinaio di ponti metallici, la realizzazione dei 388 km di strada ferrata richiese otto anni, dal 1890 al 1898.
Fu con il completamento della ferrovia, simbolo di modernità e progresso insieme ai battelli a vapore che risalivano il fiume fino a Kisangani, che si inaugurò la straordinaria direttrice di comunicazione lungo il fiume Congo, dall’Oceano Atlantico, passando per l’Equatore, al centro dell’Africa. A quei tempi, agevolando i trasporti tra la costa e l’interno, rese più efficiente il sistema di sfruttamento delle risorse umane e materiali della regione: avorio, olio di palma, rame, legno tropicale, e, soprattutto gomma naturale o caucciù, in seguito alla crescente domanda proveniente dall’industria automobilistica e da altri settori manifatturieri. Lo stesso asse di comunicazione è ancora oggi la principale via di commercio e di scambio dei popoli che vivono lungo il fiume Congo: infatti se l’Egitto è un dono del Nilo, la Repubblica Democratica del Congo è il dono del fiume Congo. Un corso d’acqua di dimensioni incredibili, il secondo al mondo come portanza (40.000 m³/s), 4400 km di lunghezza di cui 1560 km navigabili, da Kisangani a Kinshasa, dall’est all’ovest del paese, dove l’immenso corso d’acqua è dolce. Il fiume è un asse di comunicazione indispensabile per molti villaggi e città sviluppate lungo la riva che non hanno strade ma solo l’acqua, ma anche una fonte di energia idroelettrica diretta e potenziale. Il fiume è anche una fonte di approvvigionamento alimentare primaria per la popolazione, con i suoi laghi e affluenti offre un potenziale di 700.000 tonnellate di pesce all’anno, del resto, a Kisangani, si possono mangiare le migliori “Kosa-Kosa” di tutta l’Africa centrale, grossi gamberi apprezzati a migliaia di kilometri. Dopo Kinshasa, il fiume acquista potenza, iniziano le rapide e le cascate fino a Matadi, alla foce, qui il potenziale idroelettrico è di circa 100.000 MW, l’equivalente del 13% del potenziale idroelettrico mondiale; ed è in quest’ultimo tratto del nostro viaggio che scenderemo dalla barca per prendere il treno e percorrere la ferrovia costruita più di 100 anni fa dagli uomini di Stanley, e, arrivare finalmente all’Oceano.
Cosi scrive Joseph Conrad, nel suo romanzo più celebre, “Cuore di Tenebra”: “…contemplavo per ore il Sud America, l’Africa o l’Australia e mi perdevo in tutti gli splendori dell’esplorazione. A quei tempi c’erano ancora molti spazi vuoti sulla terra…..alcuni di questi erano sparsi intorno all’Equatore e a ogni latitudine su entrambi gli emisferi. In alcuni ci sono stato e…bé, non ne parliamo. Ma ce n’era ancora uno – il più grande, il più vuoto per così dire – di cui conservavo una gran voglia. Certo a questo punto non era più uno spazio vuoto. Si era riempito, dopo la mia adolescenza, di fiumi e laghi e nomi. Aveva cessato di essere uno spazio squisitamente misterioso – una macchia bianca su cui un ragazzo poteva sognare la gloria. Era divenuto un luogo di tenebra. C’era però un fiume soprattutto, un fiume grande e possente, simile a un immenso rettile, con la testa nel mare, il corpo a riposo che si curva lontano in una foresta  sterminata e la coda sperduta nelle profondità del paese. Guardandone la carta nella vetrina di un negozio, mi affascinava come un serpente affascina un uccello – uno stupido uccellino”. Le storie che narra Conrad si rifanno al viaggio da lui compiuto nel 1890 nel cuore dell’Africa, risalendo il fiume Congo a bordo del vaporetto Roi de Belges: è un percorso ossessivo, un viaggio tra le tenebre attraverso un mondo ancora vergine, primitivo. Quella di Conrad è la suggestione letteraria più famosa sul Congo, seguirà nel 1925, il viaggio di Andrè Gide, il quale sarà colpito dalla dura realtà del colonialismo; si ribella contro la messa in pratica dell'idea coloniale, denunciando errori amministrativi e inesperienza. Poi le sue indagini lo spingono a cogliere la perversità del sistema nel suo insieme; capisce anche che i responsabili, a Parigi, non solo non ignorano ciò che succede nelle colonie, ma lo tutelano anche. Dei nostri anni, infine, è l’impresa dello scrittore americano Jeffrey Tayler, che nel suo libro “In Congo” narra la discesa in piroga, insieme solo ad una guida e ad un soldato del fiume Congo, impresa difficilissima, piena di pericoli sia naturali che legali, si dovrà difendere da pirati e poliziotti corrotti, dall’afa e dalle malattie, sullo sfondo lo Zaire (così allora si chiamava la RDC) apatico, affamato e violento, negli ultimi mesi del regno di Mobutu.


Il Viaggio

L’avventura e l’ignoto tutto “move”: ridiscendere uno dei fiumi più grandi e misteriosi del mondo rappresenta uno stimolo non indifferente per chi  fa del viaggio la passione di una vita, già il colpo d’occhio geografico di questo serpente d’acqua (come lo definisce Conrad) che da Est ad Ovest attraversa l’Africa, il continente zero da cui tutto è iniziato, offre un inquietudine incontrollabile alla discesa, dalla foresta pluviale, vergine e di tenebra, si scavalla l’Equatore a Mbandaka, surreale città fluviale senza strade, e giù verso Kinshasa, quindi il mare fino a Matadi, e tanti nomi onomatopeici e senza sillabe che rimandano al tam tam dei tamburi, al ritmo monotono e crescente che attira e spaventa, verso l’ignoto, verso il primitivo.
Poi c’è un interesse naturalistico: avventurarsi nella foresta equatoriale del bacino del Congo, significa andare alla scoperta di una flora e di una fauna eccezionali. Purtroppo questa foresta che si sviluppa su una superficie di 1 700 000 km² ed è praticamente intatta, subisce lo sfruttamento, talvolta incontrollato, delle multinazionali forestali. E’ la seconda foresta al mondo, rappresentando il bioma terrestre con la massima biodiversità, dopo l’Amazzonia, è l’habitat naturale di specie rare ed uniche, come l’elefante di foresta, l’okapi, il pavone del Congo e tre dei più stretti cugini dell’uomo: lo scimpanzé, il gorilla e il bonobo. Tuttavia l’ecosistema equatoriale è estremamente fragile e sotto la costante minaccia dell’ascia dei taglialegna, soprattutto per quelle specie di legname particolarmente appetite all’industria del mobile, okoumè ed ebano su tutte. Prova ne è, il fatto che nella Repubblica Democratica del Congo, nel 1994, sono stati istituiti 5 siti classificati patrimonio dell’Umanità da parte dell’ UNESCO, e tutti e 5 i siti sono iscritti nella lista dei patrimoni mondiali in pericolo.
Vero è, che navigare il corso del fiume Congo significa attraversare una delle zone più sconosciute e misteriose del globo, ma il fiume è vita, e lungo di esso si incontrano differenti etnie, popoli che nei secoli hanno mantenuto culture e tradizioni proprie legate indissolubilmente all’immenso corso d’acqua. Le diverse tribù vengono chiamate come “gens d’eau”, diversi gruppi che abitano le paludi e le isole lungo il fiume, esse vivono principalmente di pesca e controllano la navigazione lungo il Congo. L’amministrazione coloniale diede il nome “Bangala” a queste tribù, e questo gruppo diede origine al “Lingala” comunemente detta lingua del fiume, che permise a questi diversi gruppi etnici di adottare una lingua commerciale comune, che diventerà uno delle principali lingue del Congo. Nell’area fluviale di Kisangani vivono i pescatori Wagenias, discendenti dal ceppe etnico Bantù, sono riconosciuti come abili costruttori di eccellenti piroghe; durante le feste i Wagenias organizzano regate con piroghe da 40 rematori, dove le pagaiate sono scandite al ritmo del tam-tam; le giovani donne, invece, per l’occasione si esibiscono in danze frenetiche abbellite da collari di denti di leopardo, bracciali e un coltello appeso ad una banda fatta di pelle di leopardo. Gli Ngombe, invece, vivono entrambe le sponde del fiume tra Bumba e Lisala, di cui Stanley ne ricorda la loro caratteristica arma da cerimonia, usata per tagliare teste che, legate in tensione ad un arbusto, venivano catapultate lontano nella convinzione che il cervello continui a funzionare per qualche secondo e l’ultima immagine del defunto sia quella di un volo leggiadro tra gli alberi. Altri gruppi etnici, tutti appartenenti al ceppo Bantù, sono i Bateke famosi per la loro straordinaria ed unica amicizia con l’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà, poi i Bambala, i Lokolo con le loro grandi piroghe coperte di foglie che funzionano anche da abitazione.
Bene, questo è il nostro sogno, e in fondo basterebbe poco, semplicemente incontrarsi e parlare, quindi organizzare, poi andare, laggiù…verso l’ignoto. 

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